PUBBLICAZIONI

GIOVANNI SALUCCI NELLE DESCRIZIONI DI UN AMICO

Introduzione del Dott. Umberto Vattani, già Ambasciatore d'Italia in Germania

Fra le tante manifestazioni alle quali sono intervenuto in tutte le regioni della Germania durante i quattro anni di permanenza a Bonn, conservo un ricordo particolarmente vivo della mostra che la Città di Stoccarda ha dedicato nel maggio 1995, in occasione del 150º anniversario della sua morte, ad un architetto italiano, Giovanni Salucci, non molto noto in Italia, ma certamente di grande valore per l'impronta che la sua opera ha dato nel secolo scorso all'aspetto urbanistico di Stoccarda e di altre città del Baden-Württemberg.
 
Alla cerimonia di apertura mi avevano colpito le parole del Segretario di Stato, Werner Baumhauer: "Grazie alle realizzazioni neoclassiche di Salucci, Stoccarda può stare alla pari della Berlino di Karl Friedrich von Schinkels e della Monaco di Leo von Klenze". Un riconoscimento ufficiale ben meritato, perchè il nome e le opere dell'architetto toscano appartengono alla storia della Città e del Land.
La vicenda di Salucci, che fu al servizio di Re Guglielmo Iº a Stoccarda dal 1817 al 1839, è uno dei tanti esempi che testimoniano un fenomeno unico nella storia del vecchio continente: la costante presenza di architetti e costruttori italiani negli altri Paesi europei.
Soprattutto la Germania è stata in ogni epoca una delle mete preferite dai nostri artisti, che hanno raggiunto posizioni di prestigio nelle città, dove principi illuminati e rappresentanti di una ricca borghesia, aperta alle influenze esterne, guardavano ai modelli italiani per abbellire le loro residenze.
L'emigrazione di artisti italiani all'interno dell'Europa, che diventò quasi sistematica dopo la grande stagione del Rinascimento, è qualcosa che non ha precedenti, se non in epoca romana. I Romani furono i primi ad inviare nelle province dell'Impero architetti e costruttori. Basti pensare alle loro opere più monumentali giunte fino ai giorni nostri, come la Porta Nigra a Treviri, l'Anfiteatro a Nimes, la Colonna di Nerone a Magonza, i numerosi ponti ed acquedotti che i turisti possono ammirare lungo le strade europee.
Le cronache narrano che il Salucci, convinto sostenitore di Napoleone e dell'effimera Repubblica Italiana fondata nel 1802 dalle sue armate, dovette fuggire dal Granducato di Toscana dopo il Congresso di Vienna e l'avvento della Restaurazione, giungendo nel 1817 a Stoccarda attraverso la Svizzera.
Molti altri, nei secoli precedenti, avevano fatto lo stesso cammino attraverso le Alpi ed altri lo percorsero successivamente, seguendo una tradizione che arriva fino ai giorni nostri. Di questi noi conosciamo i più famosi, quelli che troviamo sui libri di storia dell'arte, come Bartolomeo Francesco Rastrelli (1700-1771), che fu al servizio di Pietro il Grande e costruì il Palazzo d'Inverno a Pietroburgo; il suo originale stile barocco fece scuola nella Russia zarista. Altri architetti italiani di primo piano, come Giacomo Quarenghi (1744-1817) e Carlo Rossi (1775-1849), contribuirono allo sviluppo urbanistico e monumentale della capitale russa.
Oppure Andrea Palladio (1508-1580) che non si spinse mai all'estero, ma che con vari scritti teorici contribuì ad una diffusione straordinaria della sua arte in tutta Europa e poi in America. Interamente palladiana fu l'architettura in Gran Bretagna nel Seicento e Settecento. Ed anche in Germania non mancarono imitatori dell'artista vicentino, e ammiratori fra cui lo stesso Goethe.
Tanti invece sono stati quasi del tutto dimenticati. Certo, essi non erano tutti dei capi-scuola, ma dobbiamo riconoscere che molti di loro hanno sicuramente svolto un ruolo significativo nella diffusione in Europa e nel mondo di quel gusto per la forma, di quella capacità espressiva e di quel senso delle proporzioni che gli Italiani hanno dimostrato di possedere più di ogni altro Popolo.
 
Proprio qui in Germania, oltre al fiorentino Salucci, abbiamo esempi di altri artisti italiani, oggi quasi ignorati, che hanno dato molto a questo Paese e di cui restano testimonianze importanti.
Nel Württemberg merita di essere segnalato il lombardo Leopoldo Retti (1704-1771), che ideò il Castello, il piano urbanistico di Ludwigsburg e successivamente realizzò il "Neue Schloß" a Stoccarda, diventato, con il suo elegante stile barocco, il simbolo della città. Nella Renania aveva operato in epoca antecedente Alessandro Pasqualini (1493-1555), che dimostrò nella costruzione della piazzaforte di Jülich, nei pressi di Colonia, con la tipica forma cinquecentesca a stella, la preminenza del genio italiano anche nel campo dell'architettura militare.
Fra gli architetti italiani che a Dresda furono al servizio di due grandi mecenati, Augusto IIº e Augusto IIº, elettori di Sassonia e Re di Polonia, e che costruirono alcuni degli edifici eleganti e rappresentativi allineati lungo la riva del fiume, secondo l'esempio del Canal Grande a Venezia, si potrebbe citare il romano Gaetano Chiavari (1689-1770) che costruì la "Hofkirche".Ma forse esempio ancora più significativo è la storia della famiglia aretina di architetti e scenografi Galli da Bibiena, a partire dai fratelli Ferdinando Maria (1657-1743), Francesco (1659-1739) e dei figli del primo, Alessandro (1687-1769) e Giuseppe (1696-1756), che soggiornarono quasi sempre in Germania e furono gli ideatori dei teatri di corte di Mannheim, Braunschweig e Bayreuth. Le citazioni potrebbero continuare andando a Monaco, dove innumerevoli sono gli edifici costruiti da architetti italiani, di cui oggi pochi ricordano il nome.
 
Appare pertanto encomiabile l'iniziativa di Bruno Zoratto, che ha pensato di pubblicare una moderna edizione in italiano e tedesco del libro di memorie "Vita ed Opere di Giovanni Salucci fiorentino", scritto dall'amico Giuseppe Ponsi.
È molto significativo che un italiano che vive da molti anni in Germania, giornalista noto per il suo impegno sociale e politico sui problemi migratori, sia andato alla scoperta di un personaggio come l'architetto toscano Salucci, al fine di valorizzarne l'apporto dato alla città di Stoccarda e al Baden-Württemberg, cioè uno dei Land dove oggi vive una delle più numerose collettività italiane nel mondo.
A Zoratto dobbiamo un'altra iniziativa, che ha consentito di far luce sul già ricordato Leopoldo Retti, anch'egli attivo nel secolo scorso nella stessa regione, che ha indotto recentemente il Comune di Stoccarda a dedicargli una strada cittadina.
Ricercare l'origine della presenza italiana nel Baden-Württemberg e riscoprire le tracce lasciate nel campo dell'arte dai primi connazionali che, sia pure con motivazioni diverse, si trasferirono qui, costituisce un fatto positivo, che contribuisce a sottolineare il ruolo svolto dalla nostra collettività in Germania e l'apprezzamento di cui essa gode nella società locale.
Questa riflessione sulla continuità della nostra presenza in Germania, che parte da molto lontano ed anticipa i flussi migratori del secondo Dopoguerra, dovrebbe spingerci a proseguire sulla strada indicata da Zoratto: con manifestazioni, pubblicazioni ed altre iniziative richiamare l'attenzione delle Autorità locali e degli stessi italiani qui residenti su nostri architetti, costruttori, scultori, pittori ed artigiani, che in passato hanno fatto molto per questo Paese, non solo sul piano artistico, ma anche civile.
 
Questa tradizione di operosità artistica italiana in Germania continua nei nostri giorni e si rinnova proprio nella nuova capitale tedesca: qui la nostra comunità è andata negli ultimi anni aumentando con l'arrivo di numerosi imprenditori dall'Italia, attirati dall'imponente sviluppo edilizio. Non solo costruttori e maestranze, ma anche famosi architetti, come Renzo Piano, Aldo Rossi e Giorgio Grassi, hanno vinto importanti gare internazionali per piazze e musei di Berlino e lavorano alla sistemazione urbanistica del centro della città.
La loro attività costituisce un successo di immagine per tutta la collettività italiana che, per parte sua, è sempre stata un importante veicolo per la diffusione della cultura italiana e per l'affermazione dei nostri operatori economici, sia a Berlino che altrove.
 
Amb. Umberto Vattani

PREFAZIONE del Dr. Wolfgang Schuster, Borgomastro della Città di Stoccarda, capoluogo del Land Baden-Württemberg

Non è un caso che numerosi turisti tedeschi si sentano attratti a ritornare nelle città italiane, dove possono incontrare eloquenti testimonianze di arte architettonica e cultura urbanistica.
Grazie ad armonici complessi di edifici e piazze vengono create le premesse per animati centri cittadini, pulsanti di vita, ciò che rappresenta il sogno di molte città tedesche.
Percorrendo le strade di Stoccarda si possono ammirare ancora in più parti superbi edifici creati dall'architetto di corte fiorentino, Giovanni Salucci, che prestò i suoi servizi sotto il Re del Württemberg Guglielmo Iº.
Sarebbe stata una perdita irreparabile, se tali monumenti d'arte architettonica fossero andati distrutti in seguito ad eventi bellici o ai radicali riordinamenti urbanistici che ebbero luogo negli anni cinquanta e sessanta. Tra l'altro, è un vero peccato per Stoccarda che molti dei suoi progetti non si siano potuti realizzare.
Sono lieto che siano stati pubblicati ora, con questo opuscolo, le memorie della vita e dell'opera di Giovanni Salucci, tramandateci dall'architetto fiorentino Giuseppe Ponsi, amico di Salucci. Tale breve biografia potrà contribuire a mantenere vivo il ricordo del "Primo Architetto del Re del Württemberg", dopo che nel 1995, in occasione del 150º anniversario della morte di Giovanni Salucci, era stata tenuta l'ultima esposizione delle sue opere nel Wilhelmspalais, una delle sue creazioni.
Dr. Wolfgang Schuster

Sul Tema

Salucci, chi era costui?
Anche tra le persone colte il nome di Giovanni Salucci non è poi così conosciuto, specialmente in Italia, dove il nostro si limitò, da un punto di vista artistico, a una normale attività di architetto militare. Non c'è da stupirci quindi che il nome di questo artista dell'Ottocento sia più noto in Germania e più precisamente nel Württemberg, dove Salucci avrebbe svolto la sua attività artistica descritta appunto in un curioso resoconto curato da Giuseppe Ponsi, amico dell'artista.
Queste memorie curate da Ponsi vengono regolarmente citate da chi intende approfondire l'obiettiva conoscenza di questo "burbero Toscanaccio". Memorie pressochè introvabili ma nel contempo interessanti perchè descrivono la personalità di qualcuno che l'autore ha conosciuto da vicino. Stampate a Firenze nel lontano 5 agosto 1850, pubblicate il 12 dello stesso mese (cinque anni dopo la morte di Giovanni Salucci), in sole 152 copie, come l'autore ebbe ad annotare nella copia da lui corretta che sottoponiamo ai lettori con questa esclusiva pubblicazione bilingue.
 
Che Stoccarda ricordi ancora oggi questo grande architetto italiano è fuori discussione. Non è stato un caso che all'inaugurazione del 16 maggio 95 nella Max-Bense-Saal della Biblioteca Comunale di Stoccarda, alla presenza del Borgomastro Dr. Wolfgang Schuster e dell'Intendente di Finanza Prof. Dr. Dieter Hauffe, il Segretario di Stato Werner Baumhauer abbia iniziato il suo intervento leggendo il testo della lettera di un nostro connazionale (uno dei tanti) che si complimentava con la Città e con il Land per la lodevole iniziativa.
Un anno fa, nel maggio del 1995, in occasione del 150. anniversario della sua morte (1769-1845) sono usciti due stupendi volumi dedicati alle opere del maestro, il primo dei quali dal titolo: "Giovanni Salucci, Hofbaumeister König Wilhelms von Württemberg/1817-1839". Questo tomo, ricchissimo di illustrazioni, è stato pubblicato sotto l'egida della Oberfinanzdirektion Stuttgart e dal Kulturamt della metropoli sveva, amministrata da Manfred Rommel, figlio del grande Feldmaresciallo. All'opera, come pure ai discorsi commemorativi, hanno dato il loro insostituibile contributo personaggi del mondo accademico come Otto Heinrich Elias, Annette Köger, Gernot Närger, Wolfgang Wiese, Rainer Herzog, Klaus Merten, Klaus Jan Philipp, Michael Wenger, Hans Lange, Paul Sauer, Regina Stephan, Gabriele Hoffmann.
Il secondo, intitolato "Ein König und sein Baumeister - Wilhelm I. von Württemberg und Giovanni Salucci" edito dalla Jost-Jetter Verlag di Heimsheim, contiene una ricca raccolta di splendide foto realizzate da Rotrand Harling con una introduzione di Carl Herzog von Württemberg e una presentazione del Prof. Dr. Karl Dietrich Adam. I testi sono stati curati dal Dr. Helmut Gerber e dalla profonda conoscitrice dell'architettura italiana Dr. Karin Moser von Filseck. A tutti costoro non possiamo che essere grati.
Questi volumi e le conferenze sul tema hanno a loro volta accompagnato la grande mostra dedicata a Salucci che ha avuto luogo nel palazzo più noto da lui costruito a Stoccarda: il "Wilhelmspalais".
Questa grande mostra era stata preceduta nel 1965 da una più modesta, sempre dedicata a Salucci, in occasione dell'inaugurazione della Biblioteca Municipale all'interno del Wilhelmspalais. Trent'anni dopo si sono fatte le cose in grande, ma, dato che naturalmente gli Stati di oggi non sono più quelli di un tempo, si è dovuto chiedere l'aiuto della Landesgirokasse, senza il quale non sarebbe stata possibile la stesura del catalogo! Sorvolando su questo fatto, si può affermare che la mostra ha avuto il meritato successo ed è stata visitata da personaggi di spicco della comunità italiana in Germania, fra cui l'Ambasciatore d'Italia a Bonn, oltre ad una massiccia presenza tedesca.
Il tutto dimostra la riconoscenza di Stoccarda, capoluogo svevo, verso Salucci, che abbellì in particolare questa città con monumenti come il già citato Wilhelmspalais, la vecchia Staatsgalerie, la casa di campagna Rosenstein, il Königsbau, la Villa Berg, il Wilhelma, la Rotenbergkapelle (cappella funeraria sul Rotenberg) e la cappella Benckendorf nel cimitero di Heslach, oltre al castello di Friedrichshafen, residenza estiva dei sovrani del Württemberg e il villino di Weil, residenza di campagna "in stile italiano" annesso alle scuderie di Weil, presso Esslingen.
Un'altro suo capolavoro, la stalla reale nella Neckarstrasse di Stoccarda è stata invece definitivamente demolita nel dopoguerra, cosa "normale" ovunque in quest'epoca di degenerazione artistica ed urbanistica, ma tipica di questa Repubblica Federale alla ricerca del nuovo e del moderno che non le confà. Non a caso Roberto Giardina scrive nel suo libro "Guida per amare i tedeschi", alla pagina 304:
"Le città tedesche sono state rase al suolo dalla guerra. Quello che è restato l'hanno distrutto architetti e urbanisti. Condotti a occhi chiusi nel centro di una città tedesca, non riuscireste a capire dove siete, a meno di controllare le targhe delle auto"
"Il sistema è questo: si buttano giù i vecchi palazzi, nessuna opera d'arte in sè (la stalla reale ne è un'eccezione, però - n.d.r.), ma insieme capaci di creare un'atmosfera; si alzano costruzioni postmoderne con grandi arcate in cristallo; si piantano lampioni vagamente &laqno;fin de siècle», ma con &laqno;lifting» da computer, assolutamente uguali a Lubecca o a Magonza; si disseminano enormi vasi di fiori" " Al centro si piazza un grande magazzino che si preoccuperà di non deludere la popolazione scegliendo un facciata tipo bunker da &laqno;guerra dei mondi»"
Una descrizione impietosa, ma veritiera: se continua così, presto non vi saranno in questa repubblica case anteriori al 1945!
Ecco perchè anche chi non si interessa eccessivamente di Storia dell'Arte non può non apprezzare il tentativo di rivalutare architetti veri, come appunto Giovanni Salucci. Un architetto che ha abbellito la Germania e non l'ha abbruttita, come invece è fin troppo spesso accaduto in questo dopoguerra. La stazione di Monaco di Baviera ne è un esempio tangibile.
Che dal 1945 non si sappia più costruire è un fenomeno tuttavia non solo tedesco: basti pensare alle "opere" patrocinate dai moderni "mecenati" francesi, come la biblioteca-raffineria del Pompidou o la piramide di vetro del Mitterand. Tutti obbrobri che offendono Parigi e dimostrano quanto quella splendida città sia decaduta e solo i vecchi palazzi - che i francesi conservano - ricordano al turista la magnificenza del passato.
È buffo pensare con quanta veemenza vengano oggi criticati gli edifici eretti dal nazionalsocialismo in Germania e dal fascismo in Italia come pure - anche se con più educazione - quelli edificati dal comunismo all'Est. Edifici classicheggianti, in fin dei conti non molto diversi da quelli - bellissimi - costruiti negli USA al tempo di Roosevelt e ancora prima. Tutti immensamente belli, se confrontati alle schifezze attuali che deturpano le nostre città. Se Salucci fosse vissuto nella nostra epoca non avrebbe avuto l'onore di una mostra, ma sarebbe stato senz'altro epurato. Il suo stile classicheggiante sarebbe stato criticato all'infinito e sarebbe stato senz'altro definito "di regime". Esso infatti è troppo diverso da quello attuale: in effetti, dove sono le abbondanti colate di cemento armato, le enormi vetrate, le impalcature di metallo? Cose adatte al massimo a Manhattan. Salucci ci propone colonne - ma scherziamo? Le colonne sono notoriamente "sospette". E più sospetta ancora fu la sua attività politica di cui occorre parlarne in modo prolisso.
 
Il 9 novembre 1799 Napoleone afferrò il potere in Francia rovesciando la democrazia borghese del Direttorio che, a sua volta, aveva posto fine alla dittatura rossa di Robespierre.
Ora, che Napoleone non fu e non volle essere la prosecuzione della Rivoluzione del 1789, è più che appurato. A Caulaincourt, suo diplomatico e militare, lui stesso disse: "Ho dimostrato di voler chiudere le porte alle rivoluzioni. I sovrani mi sono obbligati perchè ho fermato il torrente rivoluzionario che minacciava i loro troni". Insomma, sebbene vi sia ancora chi insiste, incorreggibile, con la leggenda del Napoleone rivoluzionario, la teoria è assurda come quella che vorrebbe Hitler prosecutore della Rivoluzione del 1918. Se invece esaltiamo Napoleone come difensore dell'Europa contro Anglo-Sassoni e Russi, allora sarebbe difficile non fare lo stesso con Hitler. Ne risulta che i due sono molto simili, nel bene e nel male, e se il male del secondo è maggiore di quello del primo, il motivo è da ricercarsi soltanto nella "civiltà" che ha contrassegnato questo secolo.
Ciò nonostante le critiche oggi rivolte ad Hitler sono applicabili anche a Napoleone, anche se in Francia non si può dire: dopo l'estremo tentativo britannico di giungere ad un accordo con Parigi (ad Amiens, nel marzo del 1802) si giunse all'ultimatum di Londra: o sgombero dell'Olanda, o guerra. Napoleone ignorò l'ultimatum, la Gran Bretagna dichiarò la guerra e l'uomo forte di Parigi condusse una sanguinosa conflagrazione mondiale dal maggio del 1803 all'aprile del 1814. Una guerra che, anche a causa dei suoi enormi sbagli, terminò con la sua totale sconfitta militare.
Nella Storia il suo regime rimane come il primo moderno Stato di polizia: la libertà di stampa fu annientata, gli oppositori vennero spediti nell'inferno della Caienna o nei campi di concentramento interni, la schiavitù (abolita dalla Rivoluzione) fu reintrodotta. Gli Stati europei furono trasformati in colonie e innumerevoli furono, ovunque, i partigiani soppressi. Infine, il Papa fu arrestato e contro gli Ebrei - che Napoleone definiva una "massa di sangue marcio" - fu firmato il cosiddetto "decreto infame" del 1808. Come Hitler, poi, Napoleone sfuggì ad innumerevoli attentati andati a vuoto.
 
Cosa c'entra tutto questo con Salucci? C'entra, eccome!
Salucci fu un fanatico sostenitore dell'Empereur: il 29 agosto 1789 l'artista italiano era entrato a far parte dall'Armata francese e più esattamente nel corpo dei Genieri. Si può dire che allora a Parigi vi era ancora il Direttorio e poi lui, Salucci, nel pieno della tradizione italiana (si pensi a Dante Alighieri o a Casanova) aveva avuto delle "grane" con le autorità nazionali, tanto che il 7 novembre di quell'anno sarebbe stato addirittura condannato a morte in contumacia per cospirazione dalla magistratura del Granducato di Toscana!
Tuttavia Salucci rimase sempre un convinto "sciovinista" (che nel senso originale della parola significa sostenitore di Napoleone) e nel 1802 aderì alla Repubblica Italiana (trasformata tre anni dopo in Regno d'Italia), lo Stato italiano filo-napoleonico che si opponeva alle monarchie italiane filo-inglesi (Savoia, Borboni). Insomma, una vera "R.S.I." &laqno;ante litteram», anche se sorto senza la giustificazione di lavare il tradimento come ebbe la R.S.I. nel 1943. Ad aggravare ulteriormente la posizione di Salucci sta il fatto che nel 1815, durante i "Cento Giorni", l'architetto si schierò ancora una volta a fianco di Napoleone contro gli Alleati e a Waterloo venne fatto prigioniero dai Britannici.
Ebbene, questa democraticissima Repubblica Federale non ha avuto vergogna a celebrare un uomo simile, un sostenitore accanito del mostro antisemita che coinvolse nelle guerre l'Europa ed il mondo intero da Haiti a Kyushu a Giava! C'è da rimanere allibiti! Ci saremmo attesi proteste da tutto il mondo civile! Eppure con il pittore Mario Sironi, bieco fascista che aveva aderito al regime di Mussolini, il sindaco di Darmstadt ha saputo dir di no. Niente mostra. Niente onori per gli amici dei tiranni!
Anzi, bisognerebbe essere più coerenti e distruggere senza pietà tutte le opere costruite dagli artisti nazifascisti, poi tutte quelle costruite dagli artisti bonapartisti e, sempre avanti di questo passo, andare indietro nella Storia e distruggere i resti della Domus Aurea di Nerone e poi ciò che resta delle costruzioni fatte erigere da Assurbanipal, il re assiro così dispotico e guerrafondaio. Soltanto così la democrazia trionferà!
Ma sarebbe proprio più bella una Parigi senza l'Arco di Trionfo di Napoleone e soltanto con quello nuovo di Mitterand, che pare un ridicolo sgabello? Forse no. E allora dimentichiamo tutto ciò che abbiamo scritto finora e facciamo fare a Rommel (e malgrado il suo nome "sospetto"!) la mostra di Salucci. Ma dedichiamo anche una mostra a Sironi, la cui adesione al fascismo mussoliniano fu condivisa da milioni e milioni di Italiani! Se sbagliò, non fu di certo un'eccezione!
Lo stesso si può dire di Salucci, questo litigioso "Toscanaccio": Che avesse un carattere difficile lo dimostrano soprattutto gli anni dopo i "Cento Giorni", gli anni della sua attività artistica. Come dopo la Conferenza di Potsdam del 1945 il mondo non vide il trionfo del liberalismo, ma dello stalinismo all'Est e del maccartismo all'Ovest, dopo il Congresso di Vienna si diffusero idee conservatrici dalla Russia agli USA (anche questi ultimi infatti approvarono i principi della Santa Alleanza). Tuttavia ci sembra che all'epoca ci fosse più tolleranza verso gli sconfitti, visto che il re del Württemberg accolse Salucci alla sua corte. Del resto il Württemberg si era anch'esso compromesso con l'&laqno;Anticristo» e non poteva vantare una grande verginità: nel 1805 Girolamo Bonaparte, fratello dell'Empereur, aveva sposato Caterina del Württemberg (1783-1835) e lo Staterello tedesco era rimasto alleato della Francia dal tempo della 3. Coalizione a quello della battaglia di Lipsia fino al voltafaccia del tardo 1813, quando, badoglianamente, aveva cambiato fronte.
Guglielmo I, re del Württemberg dal novembre del 1816, chiamò Salucci al suo servizio e quest'ultimo, dalla Svizzera, giunse a Stoccarda ai primi di agosto del 1817. Sarebbe rimasto al servizio del re fino al novembre del 1839. Furono gli anni delle opere. Anni resi difficili dal suo carattere non docile: orgoglioso delle proprie capacità guardava dall'alto in basso i dignitari di corte e questi ultimi, ovviamente, lo presero in antipatia. Forse anche gli anni di vita militare lo avevano reso inadatto alla vita civile. E poi siamo sempre lì: era in un Paese straniero e le difficoltà di comprensione (Salucci non parlava il tedesco) e le differenze di mentalità giuocarono di certo un ruolo non trascurabile. Così anche i rapporti con i suoi colleghi e collaboratori si guastarono. Il coronamento dell'&laqno;opera» furono i suoi debiti che costrinsero il sovrano ad aumentargli l'appannaggio per evitare il disonore di un processo al suo architetto.
Quando nell'ottobre del 1839 fu scoperta la muffa nella casa di campagna Rosenstein, da lui costruita, ci si rese conto che il maestro italiano aveva commesso grossi sbagli nella costruzione dell'edificio, non tenendo conto del fatto che in Svevia piove più spesso che in Toscana! Possiamo immaginare i commenti dei Tedeschi su questo Italiano pasticcione e pure arrogante!
Il risultato fu che il povero Salucci se ne sarebbe tornato nel 1840 in Italia, più precisamente nel Granducato di Toscana, e qui sarebbe morto - povero - cinque anni dopo.
 
Questo libro, stampato in appena 152 copie, parla della vita travagliata di questo artista e non vogliamo andare oltre con l'introduzione per non ripetere ciò che c'è già scritto in esso. È certo che di Salucci resta un busto marmoreo non ancora ben identificato (che si trova probabilmente a Firenze) e le opere che hanno abbellito il Württemberg. Anche quelle realizzate soltanto "sulla carta", al livello di progetti, svolgono un ruolo importante poiché in quel periodo, in Germania, si scontravano il gusto gotico ed il gusto classico.
Ricordiamo così, Salucci, ammirando le sue opere, costruite e no, ed apprezzando la ricerca di perfezione che sempre le pervase, perfezionismo (almeno estetico, se non proprio tecnico!) che contribuì a renderlo ancora più antipatico a molti suoi contemporanei!
 
BRUNO ZORATTO
MARCO PICONE CHIODO

Giovanni Salucci nelle descrizioni di un amico

Memorie della vita e delle opere di Giovanni Salucci Fiorentino, scritte da Giuseppe Ponsi

Per leggere la vita di Salucci (in tedesco) cliccare qui.

richiedere il libro (stampato originale dell'epoca, per cui non possiamo riprenderne qui il testo) a:

Edizioni Oltreconfine
Postfach 105561
D-70007 Stuttgart
 
Salucci comunicava in francese con Guglielmo Iº del Württemberg
Sire,
il progetto di erigere un servizio di utilità pubblica e privata al posto degli antichi edifici conosciuti sotto il nome di "Zeughaus" avendo deciso tre dei proprietari che prendono parte a quell'impresa di consultarmi sulle disposizioni più convenienti da adottare per ottenere il doppio scopo di questa costruzione;
io ne ho abbozzato il piano che essi desiderano possa ottenere l'approvazione di Vostra Maestà.
Rispondendo alla fiducia di questi onorevoli cittadini e soprattutto infinitamente lusingato d'ottenere il suffragio di Vostra Maestà, io L'ho supplicata di concedermi la grazia di sottoporVi e di spiegarVi la mia composizione.
Ho l'onore di essere con il più profondo rispetto, Sire, il più umile, il più ubbidiente e sottomesso servitore di Vostra Maestà.
Salucci
 
Stoccarda, 21 giugno 1834
 
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