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Artisti italiani a Stoccarda ed alla corte di Ludwigsburg nel 17.mo e 18.mo secolo

di Remo Boccia

I capricci di un sovrano
 
Lá, dove oggi sorge Ludwigsburg esisteva una opima distesa boschiva dove Eberhard Ludwig (1676 - 1733), duca di Württemberg, andava a caccia di selvaggina. La caccia ed il teatro pare fossero le uniche passioni a distrarlo dai quotidiani impegni di lavoro. Due passioni che portarono incidentalmente, la prima alla fondazione della cittadina, l'altra a fecondare una tradizione artistica di cui Stoccarda é orgogliosa. Alla realizzazione di entrambe gli italiani contribuirono in modo preminente.
Giá il nonno, Johann Friedrich (1582 - 1628 ) per dare lustro al piccolo ducato, aveva fatto introdurre dalla Francia, dove era molto popolare, il balletto: una specie di spettacolo musicale-pantomimico senza trama. La inventavano i teatranti recitando a soggetto. Ma divertivano parimenti il pubblico di corte che essi coinvolgevano nell'azione intrecciata di intrighi, farciti di battute dozzinali. L'ambiente degli artisti era formato in prevalenza da castrati, permalosi e generalmente gelosi delle loro prerogative. I loro improvvisi innamoramenti, i tradimenti, stuzzicati da immancabili pettegolezzi, provocavano tra loro rancori ed insanabili rivalitá. Trasportati sulla scena, i dispettucci rendevano le farse piú esilaranti.
Il teatro di Stoccarda, per la buona fama che giá allora godeva, richiamava artisti di varia provenienza, in maggioranza francesi ed italiani. Giá nel 1611 lavoravano presso quella corte Francesco Franchini, Giovanni Ludovici ed un certo Possenti. Non si sa da dove e come vi arrivassero, ma si sa che come eunuchi-cantori godevano della protezione del duca. Causa la guerra dei trent'anni e le conseguenze negative che essa ebbe sulle finanze ducali si dovettero ridurre, fino ad estinguerle del tutto, le attivitá artistiche.
Una successiva traccia di italiani a Stoccarda risale all'anno 1652, lasciataci dal cantante Paolo Mazzuchelli o Muzzachelli. Si trasferì nell'ottobre 1655 a Darmstadt. Di un altro, Francesco Cantarelli, sappiamo soltanto che morí a settembre 1656. Nello stesso anno vennero assunti i fratelli Bartolomeo e Vincenzo Albrico, romani. Il primo come organista alla cappella di corte, il secondo, direttore d'orchestra. Vi rimasero fino al 1663 per trasferirsi a Dresda e poi a Londra. Vincenzo morí a Praga dove era direttore musicale di quel teatro. Si puó ipotizzare che all'epoca vi fossero a Stoccarda altri artisti italiani, ma non disponiamo di documentazioni probanti.
Molto piú avanti si cercó di introdurre alla corte di Württemberg l'opera sul modello dei drammi musicali nati in Italia verso la fine del 1600. Questo nuovo genere di spettacolo si impose prima in Francia e piú tardi in Germania. E presentava una novitá configurata nell'autore del dramma: il librettista. Per la trama, questi traeva spunto, solitamente, dalla mitologia greca, adattandola a garanzia di successo, alla vita del sovrano o dei suoi ospiti di turno. Erano panegirici contorti, ma di grande effetto sul pubblico.
Nel 1671, in omaggio al duca Eberhard III. (1614 - 1674), padre di Eberhard Ludwig, venne rappresentato un trattenimento musicale "Lavinia", che si rifaceva all'Eneide di Virgilio. La parte principale venne assegnata al soprano Angelo Maria de Marchelin: una splendida voce bianca, che per la finezza interpretativa meritó l'assunzione ed uno stipendio di 300 fiorini al mese. Una ripresa piú regolare dell'attivitá teatrale avvenne sotto il successore, Eberhard Ludwig. Nel settembre 1698, in occasione del suo compleanno, venne recitata, e per la prima volta in italiano, "Le rivali concordi": un'opera di Agostino Steffani, tratta dal libretto di Mauro Ortensio.
Pare fosse cosí divertente da richiederne la replica al compleanno della madre del duca. Ortensio era poeta alla corte di Hannover. Si trasferí a Stoccarda dove scrisse diverse commedie, musicate, in parte da Steffani, in parte da Antonio Giannettini. Quest'ultimo sarebbe nato a Venezia nel 1649 e morto a Modena nel 1721. Le opere ebbero grande successo confermarono la fama degli autori. Le trame di alcune di esse traevano spunto dal medioevo tedesco. E tanto bastava per esaltare l'orgoglio del sovrano.
Il duca era sovrintendente del teatro. A lui competeva scegliere ed assumere cantanti, attori ed orchestrali. I piú noti musicisti del tempo erano il violinista Venturini e l'oboista Schiavonetto. Tra i cantanti facevano spicco i castrati Campiolo, Giovanni Maria Ricci ed il basso La Rose. Il coro era composto, ovviamente, da voci bianche. I ruoli negli spettacoli non erano fissi. Ci si alternava senza regole precise, o assegnati dal duca, che non teneva conto delle qualitá attitudinali degli artisti. Andava a simpatia. Pietro Loran, ad esempio, pare fosse un ottimo scenografo, ma veniva assegnato a ruoli canori, con tutte le immaginabili conseguenze. Ma questo era il teatro e teatro significava divertimento.
Per riportare il teatro agli antichi fasti, Eberhard Ludwig ingaggió artisti giá affermatisi in altri principati tedeschi, come Pietro Felice Maffei, Filippo Scandalibene, quest'ultimo giá direttore del teatro a Bayreuth, ma lasciarono Stoccarda dopo pochi mesi. A rimanervi piú a lungo, col grado di primo musicista ed un invidiabile stipendio di 1000 fiorini al mese, fu Giuseppe Brescianello.
Con Brescianello, assunto nel novembre 1716, l'opera italiana dominó incontrastata a Stoccarda per molti anni. Sotto la sua direzione l'orchestra si arricchí di ottimi elementi che portarono il teatro ad alto livello artistico, anzi, tra i primi in Europa. Sperimentó nuove forme musicali ed organizzative. Per il carnevale del 1718, scadenza annuale che apriva la stagione teatrale, presentó una pastorale, affidando al collaudato Pietro Felice Maffei il ruolo principale.
Per facilitare al pubblico la comprensione, accanto al testo italiano fece accludere quello francese: una novitá molto apprezzata. Incoraggiato da tanto successo, Brescianello chiese al duca di avanzare al grado di direttore superiore, ma l'altro candidato alla carica, Reinhard Keiser, sostenuto dal clero protestante, si oppose adducendo motivi di prioritá. L'antagonismo tra i due degeneró in fazione tra autoctoni protestanti e stranieri cattolici, coinvolgendo persino il potere statale ed ecclesiastico in una guerra di religione. Col sostegno del duca, la vinse Brescianello.
 
 
Una nuova residenza ducale
 
Eberhard Ludwig era una sovrano autocratico e volubile. La sua propensione agli sfarzi congiunta alla smodata passione per la caccia non conosceva limiti. Motivo questo del perenne contrasto col clero e corporazioni, piú attenti alle immediate esigenze dei sudditi. Sebbene non disponesse di adeguati mezzi finanziari, né del peso politico che lo giustificasse, il duca aveva la mania per castelli e rifugi. In localitá Erlachshof, oggi Ludwigsburg, dove sostava dopo battute di caccia, pensó di farvi una tenuta. Cambió i piani dopo aver conosciuto la giovane ed attraente Wilhelmine von Gravenitz, per farne una residenza da destinare alla sua "Favorita".
L'altra idea di erigere un castello e svilupparvi intorno un agglomerato urbano gliela suggerirono il suo amico d'infanzia, barone Georg Friedrich Forstner von Damheroy ed il consigliere per l'edilizia, Heim. Da questa idea maturó l'altra, piú ambiziosa, di costruire una prestigiosa reggia da eguagliare lo splendore residenziale del Re Sole, Luigi XIV., in Francia.
Poiché le guerre, oltre a vuotare gli scrigni, avevano anemizzato la popolazione di artisti ed artigiani, occorreva trovare una architetto capace di realizzare la grandiosa impresa. Su segnalazione del Consiglio ecclesiastico, la scelta cadde su un giovane teologo, Filipp Joseph Jenisch. Questi si era distinto "per diligenza sveva" negli studi della fisica e matematica, meritandosi un viaggio premio in Italia per aggiornamento culturale.
Ispirandosi al modello di antiche ville romane, Jenisch concepí un complesso centrale di tre piani, in cui risaltava elementi architettonici di stile rinascimentale. Il salone di rappresentanza sfociava su ampie terrazze prospiciente al parco della "Favorita", mentre le sale laterali dovevano servire a luoghi di incontro e raccoglimento per il rito religioso. L'ingresso era fiancheggiato da statue sul tipo della Roma imperiale: anfore ed ornamenti silvestri dovevano conferire al complesso severa imponenza.
Questa impostazione architettonica dallo stile indefinito piacque, lí per lí, ad Eberard Ludwig che, nell'entusiasmo del momento, battezzó la localitá cui era destinata la costruzione "Ludwigsburg". Sottoscrisse i decreti di finanziamento a carico del clero, inasprí le gabelle, esentandone i sudditi disposti a trasferirvisi.
Poi, improvvisamente, ebbe un ripensamento. Non si sa quali fossero le ragioni, certo é che aveva in mano altri piani di gran lunga piú interessanti, presentatigli da una architetto di origine boema e capitano del genio militare, Johann Friedrich Nette. Per portare avanti l'impresa, Nette chiamó da Praga un mastro muratore, Giuseppe Donato Frisoni, di cui conosceva la laboriositá e l'inventiva.
In Italia, dove l'arte barocca e con essa altre attivitá affini si erano sviluppate, esisteva un vivaio di artisti che non trovavano occupazione. Questi maestri comacini, oriundi da Campione e Lugano erano architetti e scultori eccellenti nel lavorare la pietra ed avevano formato un'affiatata scuola artigiana, tramandandosi l'arte da padre in figlio. Molti di essi, con intere famiglie, erano costretti ad emigrare per esercitare il mestiere. Erano muratori, pittori, carpentieri e stuccatori che offrivano la loro opera alle corti di Boemia, Austria, Principati tedeschi e che, infine, approdarono, grazie a Nette, tra il 1709 ed il 1720 a Stoccarda, o meglio a "Ludwigsburg".
Con Frisoni arrivarono i pittori Antonio Colomba da Arogno, Tommaso Soldati da Bergamo, lo scultore Giorgio Ferretti da Castiglione Intelvi, il decoratore Agostino Grandi da Venezia e tanti altri del suo giro. Jenisch aveva mal digerito la mortificazione del defenestramento e covava la rivalsa contro Nette. Dapprima cercó di riguadagnarsi le grazie del duca proponendo, in qualitá di sovrintendente all'edilizia, varie iniziative. Ma non se ne fece niente, come niente se ne fece della sua proposta di fondare una "Accademia di Architettura", con lo scopo di contrastare la prevalenza di architetti stranieri, intendendo per essi gli italiani.
Se fossero prevalse le virtú del teologo sulle miserie umane, forse Jenisch avrebbe potuto guadagnare un qualche rispetto. Invece, costernato e deluso, dovette convincersi di essere condannato all'emarginazione. Tuttavia, orchestró una congiura per rendere difficile la vita a Nette. Che giá malfermo in salute, dopo un ennesimo scontro provocato dal rivale, abbandonó il cantiere per rifugiarsi a Parigi. All'origine della lite pare ci fosse una denuncia per malversazione e la fuga ne avvalorava la consistenza. E fu un errore. Eberhard Ludwig, preoccupato di perdere il fido architetto, tentó di mediare un accordo, convincendolo a rientrare.
Ma sulla via del ritorno, per attacco apoplettico Nette morí a Nancy. Era il 9 dicembre 1714. Quell'increscioso avvenimento costrinse Giuseppe Donato Frisoni a presentare la candidatura ad assumere la direzione dei lavori. Ma la commissione respinse la richiesta per "assenza di requisiti". Altre proposte, come quella di affidarla all'architetto Sanger e poi ad un certo Reichmann, che aveva servito nell'esercito, vennero parimenti scartate. Non rimaneva che Jenisch che, benché ostentasse indifferenza, brigava in segreto per farsi appoggiare. Ma il duca oppose il suo netto rifiuto. Jenisch era, come motivo "un teorico privo di creativitá e pratico intuito". Altre soluzioni non erano in vista e quelle che si prospettavano non convincevano.
Per non compromettere l'esistenza delle maestranze italiane, o forse da esse incoraggiato, Frisoni ripropose la sua candidatura, allegando alla richiesta i piani rielaborati del progetto con la topografia completa della nascente cittadina.
Che non entusiasmarono solo il duca, ma sbalordirono la commissione "per l'eleganza delle forme ed armonizzazione dell'insieme".
Per Jenisch fu una amara sconfitta. Preferí, in seguito, ritirarsi in convento ad insegnare teologia al seminario di Blaubeuren. Scomparve dalla scena di Ludwigsburg, ma vi lasció acceso un focolaio di vendetta, questa volta, contro Frisoni. Morí il 30 giugno 1736. Di lui, il precettore del convento scrisse nel diario: "É morto un uomo di acuto ingegno e amena indole". Dei morti non si parla mai male.
"Ludwigsburg" nacque per capriccio di un regnante, ma fiorí per genialitá di italiani. Le vicende che caratterizzarono le fasi iniziali della messa in opera li portarono, in seguito, a svolgere un ruolo da protagonisti nella realizzazione di questa monumentale opera. Esperti ritengono la reggia di Ludwigsburg una delle piú grandi ed ammirevoli dell'arte barocca in Germania.
"L'ingegno del primo trovó migliore esecuzione nel secondo", scrisse un critico d'arte, "sebbene ognuno per sé integrasse, con medesima intesa di pensiero, l'originalitá dell'altro". In effetti Nette era molto piú fecondo di Jenisch, il quale, stranamente, negli atti civici trova scarsa menzione. La chiamata di Frisoni si riveló una scelta indovinata. Con essa Nette rese al duca un inestimabile servizio. Il giudizio del critico va capito in questo senso.
Le successive variazioni che Frisoni apportó al progetto furono dettate da esigenze estemporanee del "Serenissimo", che vedeva sempre piú crescere e mai finire la sua reggia. Infatti, quando morí nel 1733 essa era stata appena ultimata. La topografia di Ludwigsburg, quella ideata da Frisoni é il centro dell'odierna cittadina, fu per quei tempi una proposta urbanistica d'avanguardia. Il capomastro italiano la realizzó con competenza e lungimiranza.
A questa cittadina, venti chilometri dalla capitale ducale, Stoccarda, gli italiani legarono il loro nome.
 
 
Un villaggio italiano
 
Quando nel gennaio 1715 Frisoni assunse la responsabilitá dei lavori dovette affrontare problemi organizzativi, ma soprattutto di personale. L'enorme cantiere ne richiedeva di specializzato e generico. Lo reclutó in maggioranza dal suo paese, Laino Intelvi, e tramite gli operai italiani giá sul posto. Fece spargere la voce ai loro parenti e compaesani, cosí come avvenne durante il grande esodo emigratorio due secoli e mezzo dopo. Chiamó anche il cognato, Lorenzo Mattia Retti che si trasferí con i figli Donato Riccardo, Paolo, Livio e Leopoldo Matteo, cui assegnó incarichi di responsabilitá.
A Leopoldo, allora minorenne, assicuró una straordinaria carriera di architetto, avviandolo allo studio della matematica, geometria e trigonometria. Leopoldo Matteo fu, nella storia dell'emigrazione in Germania, il primo esempio di italiano pienamente integrato nell'ambiente locale.
Da Scaria vennero gli stuccatori Diego e Innocenzo Carlone, da Casasco, lo scalpellino Francesco Pedetti ed il marmista Giacomo Antonio Corbellini, il pittore Pietro Scotti, lo scultore Antonio Sylva, Carlo Daldini e tanti altri: artisti emergenti e polivalenti del tempo che vi rimasero lunghi anni, prestando la loro opera anche al teatro e, ad intervalli, presso altre corti tedesche.
L'enorme cantiere, 18 edifici con 452 sale, che nelle intenzioni di Eberhard Ludwig era destinato a futura residenza del ducato, cresceva a dismisura e richiedeva sempre piú maestranze. Difficile accertare quanti italiani vi fossero e quanti altri se ne aggiunsero lungo gli anni che occorsero al completamento. Ma da un conto approssimativo, giá intorno al 1720 pare superassero le 600 unità. Ció dimostra anche il carattere stanziale che assunsero quegli emigrati. Verosimilmente molti di essi si accasarono con donne del luogo, perdendo, in seguito, l'originaria identitá. Lo stesso Frisoni, si era sposato con Anna Maria Lebenthal.
Rimasto vedovo nel 1720, sposó Caterina Fontana, anch'ella comasca.
La discendenza é sopravvissuta fino al 1878 estinguendosi con Eduardo Frisoni, medico e dentista di corte. Questo presunto ultimo discendente lasció un consistente patrimonio, con immobile nella Kronenstrasse di Stoccarda, alla fondazione "Frisonianum", con legato di assistere orfani e vedove di medici indigenti.
Assumendo i lavori della reggia e del centro urbano di Ludwigsburg, Frisoni si era fatto un nome che superava i confini del ducato. E sebbene impegnato al massimo, mise mano al progetto del duomo di Weingarten, di cui oggi si ammira l'imponente altare barocco. A Ludwigsburg, Frisoni visse forse il periodo piú bello e proficuo della sua vita. Con i proventi si era costruita una confortevole abitazione con giardino e cappella privata nella zona residenziale della nascente cittadina.
In quell'enclave italiana in terra sveva la vita trascorreva lenta e monotona, senz'altra distrazione che non fosse il lavoro. Le feste e le ore di riposo si passavano in famiglia, dove rivivevano le tradizioni conviviali. Per i giovani, le possibilitá di svago erano poche. Per essi l'istruzione consisteva soprattutto nell'apprendere nozioni del mestiere al seguito dei capimastro o dai genitori. Matrimoni, nascite e battesimi costituivano veri avvenimenti e l'occasione per raccogliersi.
La festa per il battesimo ad Hofen di Maria Carlone, portata alla fonte dalla moglie e dalla nipote di Frisoni, Barbara Bittio, moglie di Paolo Retti, ci illumina su quella occasionali distrazioni. Non tutti peró, abitavano a Ludwigsburg. Molti di essi risiedevano ad Hofen, Marbach, Schmiden, Bottwar o Neuhausen.
Per evadere dal tedio, anche attori, cantanti, orchestrali ecc., preferivano andare a Stoccarda, ove trovavano una qualche possibilitá di evasione. Le continue trasferte, poiché gravanti sul bilancio di corte, cominciarono a preoccupare il duca. Cosicché, quando il nuovo teatro venne completato, dovette imporre a tutti l'obbligo di risiedere a Ludwigsburg, comminando ai trasgressori severe sanzioni.
Nell'ottobre 1733, Eberhard Ludwig passó a miglior vita. Gli successe un cugino del ramo Württemberg-Winnentaler, Carl Alexander (1648 - 1737).
 
 
Il nuovo Duca e il Teatro
 
Carl Alexander aveva fatto varie campagne militari sotto la bandiera dell'Austria. In Serbia aveva combattuto contro i turchi al comando del principe Eugenio di Savoia, di cui divenne fervente ammiratore. Soggiocato dal genio tattico e strategico di quel condottiero ed in segno di devozione, Carl Alexander volle dare ai figli, insieme al battesimo con rito cattolico, il nome Eugenio. Col Savoia aveva mantenuto stretti legami di amicizia. E quando seppe del viaggio in Polonia del vecchio generale, volle riceverlo ad Heilbronn (giugno 1734), dove si era accampato, con tutti gli onori della sua dignitá ducale.
Pur con scarse finanze, il "Serenissimo" confermó in toto il programma del predecessore. Anzi, per darvi maggiore impulso ed in contrasto col piano di contenimento della spesa pubblica, impose all'erario un aumento del prelievo tributario. Cosa che costrinse alle dimissioni il ministro delle finanze, Friedrich August von Hardenberg, sostituito poi, col piú duttile e scaltro Joseph Süss Oppenheimer, di religione ebraica. Le esose gabelle imposte dal nuovo esattore, passato alla storia col dispregiativo di "Jüd Süss", alimentarono una rivolta popolare. Oppenheimer pagó con la vita gli arbitrii del tiranno. A furor di popolo, dopo un processo sommario, finí impiccato in uno spiazzo nei paraggi della odierna stazione ferroviaria. Tuttavia, per nulla impressionato dalla violenza della piazza, il duca continuó a spendere a piene mani.
Spendeva per mantenere una parassitica turba di corrotti alabardieri, lacché, cortigiani, damigelle e protervie guardie del corpo; e per il teatro, congenita passione dei sovrani. Teatro che sulle scene non riproduceva che le falsitá, i pettegolezzi e gli intrighi di quella corte. Per recuperare qualche introito si impose l'obbligo dell'ingresso a pagamento: una misura insufficiente e del tutto inutile per coprire le spese, giacché ognuno vantava il diritto all'esenzione.
Ció nonostante, l'organico continuava a crescere. Tramite un sedicente capitano del reggimento, certo Venturini, si ingaggiarono dall'Italia i violinisti Filippo Galetti e Gaggi, le cantanti Carolina Valvasori, Margherita Furiosi e Carolina Tedeschini; mesi dopo un compositore di musica, come sostituto direttore d'orchestra, Riccardo Broschi: era fratello del famoso castrato, Carlo, detto "Farinelli". I lavori di restauro del disattivato teatro a Stoccarda vennero affidati al pittore e scenografo Innocenzo Bellavista da Francoforte. Lavoró cinque mesi con Carlo Carlone per ripristinare gli affreschi.
Carl Alexander regnó solo quattro anni, giusto il tempo per gli amici di Jenisch per imbastire un complotto contro Frisoni. Ma fu complotto? A Ludwigsburg si erano formati due gruppi di potere: quello~ in declino dei Gravenitz e quello emergente dei Frisoni-Retti. Oltre alla reggia, il geniale capomastro aveva in mano quasi tutti gli appalti di importanti opere pubbliche e private. Paolo Retti, palazzinaro ante litteram, aveva il monopolio della manodopera e del materiale edilizio.
Da lui dipendevano l'acquisto e le quotazioni dei terreni edificabili. Da avveduto imprenditore si era accaparrato le aree in zone piú esclusive di Ludwigsburg, rivendendole con profitto a condizione di cessione d'appalto per la messa in opera, non sempre eseguita in conformitá ai capitolati. "Ma nessuno protestava, perché....", come dichiaró ad un successivo processo l'anziano architetto Heim, "...aveva (Retti) influenti conoscenze ed altolocati protettori". Era, infatti, il personaggio chiave da cui acquistare un buon lotto e materiale occorrente.
"Retti era l'energico, furbo e dotato palazzinaro", scrive Gerhard Hess su Paolo, "un imprenditore eccezionale, proprietario di officine di carpenteria, cave di pietre e gesso, fornaci per laterizi, refettori e dormitori ecc. Il suo quartiere generale era a Fuchshof, dove dava feste per tener su il morale delle migliaia di operai alle sue dipendenze. Era riuscito, insomma, a tramutare la povertá dei parenti in significativa agiatezza".
Nel 1723/24 fece piazzare la fontana con la statua del duca Eberhard Ludwig al Marktplatz (ancora oggi esistente), al costo di 1350 fiorini. Nello stesso anno appaltó i lavori della chiesa della Trinitá di fronte alla Stadtkirche; nel 1728 quelli del maniero della contessa von Würben; nel 1729 quello di Heimsheim. I palazzi piú rappresentativi di Ludwigsburg: il Grafenbau, il Mathildenhof, lo Zuchthaus; tutti gli uffici pubblici, passavano per le sue mani.
In tutte quelle transazioni gli avversari ravvisarono il sospetto di corruzione e sporsero denuncia "per frode ed arricchimento illecito". Un'accusa grave che spinse Retti e Frisoni a commettere lo stesso errore di Nette: anziché dimostrare la loro estraneitá, si diedero alla fuga. Quando si costituirono, vennero rinchiusi nel carcere di Hohenurach, finché il tribunale li assolse per mancanza di prove. Frisoni morí mesi dopo la riabilitazione (29.11.1735), e sepolto nella tomba di famiglia, ancora esistente, nel cimitero dei PP. Cappuccini a Öffingen, presso Fellbach. Paolo Retti continuó l'attivitá, ma infastidito da ripetute denunce dei detrattori, preferí tornarsene al suo paese, dove morí nel 1748. Ludwigsburg lo ricorda con una strada a lui dedicata nel 1908.
Livio Retti, nato a Laino nel 1693, morí il 2 febbraio 1751, presumibilmente a Schwäbisch Hall. Suoi sono gli affreschi alla reggia ed alla residenza della "Favorita" a Ludwigsburg. Ad Ansbach, su incarico del fratello Leopoldo, decoró gli interni del castello e del Gesandtenhaus. Fece lavori a Mergentheim, Würzburg e Schwäbisch Hall. Gli affreschi nel salone delle feste del Comune di questa cittá sono suoi.
Donato Riccardo, il maggiore dei fratelli, nato a Laino nel 1687, morí ad Ellwangen Jagst nel 1741. Con Soldati eseguí lavori di stuccatura alla "Galleria des Peinteurs" ed alla Stadtkirche; con Diego Carlone ornamentó la cappella di corte e le sale della "Favorita". Ad Ellwangen, sua ultima residenza, restauró l'intera Stiftskirche.
La denuncia, la fuga ed, infine, la morte di Frisoni avevano scosso il morale degli amici e maestranze. Alcuni rimpatriarono, altri seguirono Leopoldo Retti ad Ansbach. Ma la maggioranza della eterogenea comunitá italiana rimase, ben integrata, ormai, a Ludwigsburg. Butti e Gueida possedevano casa nella Schlossstrasse. Il loro vicino Pironi, faceva anche lo spazzacamino, ne possedeva addirittura tre. Brentano ne compró una nella centralissima Wilhelmstrasse, Lazaro fu il primo ad aprire una caffetteria. Tamborino aveva un'officina nella Eberhardstrasse. Tra questi vi era un personaggio singolare, tramandatoci da Justinus Kerner, un certo Mainoni. Al Marktplatz gestiva un negozio di coloniali e viveva con una anziana sorella, la quale solitamente si sedeva all'ingresso con una gallina in grembo.
 
 
Leopoldo Matteo Retti: la tradizione continua
 
Leopoldo era nato a Laino o a Vienna nel 1704. Morí a Stoccarda il 18 settembre 1751, per cause imprecisate.
Aveva undici anni quando emigró con la famiglia a Ludwigsburg ed inizió subito ad imparare le nozioni del mestiere dallo zio e dai fratelli. I campanili della Stadtkirche si rifanno ad un suo primo progetto. A venti anni era giá architetto e nelle grazie del duca Eberhard Ludwig, che gli finanzió persino viaggi di studio in Italia e Francia. Per questa compiacenza é probabile scegliesse la carriera al suo servizio, nella pubblica amministrazione, assumendo un posto alla "Deputazione tecnica".
Passato poi (1726) capo del Genio civile e militare della corte di Württemberg ebbe ampie competenze in materia di pianificazione urbanistica e parcellazione di lotti edificabili. Un incarico altamente qualificato e prestigioso, non esente, per l'attivitá svolta dai familiari, da tentazioni di favoreggiamento. Nel 1731 si trasferí alla corte del marchese di Brandenburg-Ansbach col grado di "Capitano-ingegnere", avanzando un anno dopo a "Direttore generale all'edilizia".
Una delle prime opere importanti, almeno nelle ambizioni del marchese, fu l'ampliamento della residenza che egli completó, in tempi relativamente brevi, con la collaborazione di Carlo e Diego Carlone, Daldini, Corbellini, Ferretti e Sylva. A luglio 1733 trovó tempo per sposare a Magonza Anna Clara Darny di Neuhausen, presso Stoccarda, che gli diede otto figli. L'autore ha avuto modo di conoscere una discendente, la signora Dietlinde Jahn, a Backnang e consultare documenti in suo possesso. Tra il 1734 - 38 svolse una intensa attivitá, spostandosi da Weidenbach a Triesdorf, a Kirchberg Jagst, per soddisfare brame di grandezza di potentati locali; a Würzburg per ispezionare fortilizi e trincee, in previsione di un imminente assalto dei francesi; a pianificare strade, costruire edifici e chiese nel marchesato.
Ma non sempre in accordo con i collaboratori che gli contestavano l'accentramento alla sua competenza di progetti pubblici e privati. Cresciuto e formatosi a corte, Leopoldo conosceva bene pregi e difetti di sovrani e dignitari. Le disavventure dello zio e fratello dovettero servirgli da monito nei rapporti in quegli ambienti infidi, dall'atmosfera curiale, dai modi ipocriti. È probabile che egli si adoperasse presso il suo signore per un intervento di clemenza a favore dei congiunti. Non esistono prove, ma la sua posizione a quella corte, imparentata con la sveva, lo lascia quanto meno supporre.
Carl Alexander morí a Ludwigsburg il 12 marzo 1737, dopo aver bevuto una pozione misteriosa nella "Sala degli specchi", da allora chiamata "dei Misteri". Ma i sudditi ritrovarono nel primogenito e successore del defunto, Carl Eugen, un raffinato cultore di arti e vizi.
Infelicemente sposato con Frederike Brandenburg-Bayreuth, questo campione dell'assolutismo ebbe relazioni adulterine e, nella credenza popolare, numerosa figliolanza sparsa nel ducato. In sintonia con gli antenati, Carl Eugen volle esaltare le testimonianze del suo potere in imprese monumentali. Sulla collina di Gerlingen, dove inseguiva la selvaggina, identificó il luogo ideale per edificare il suo eremo "Solitude": il buon ritiro per vivere "lontano dal trambusto e dalle delusioni della vita".
Lo fece costruire in tempo record (vi lavorarono lo stuccatore Bossi, i pittori Servandoni, di cui esiste un dipinto del 1775, e Galli Bibiena), vessando maestranze e depauperando la popolazione.
Con Ludwigsburg non aveva alcun legame sentimentale, ma fece ampliare la reggia e costruirne un'altra, piú modesta il "Mon Repos". Quando prese il potere nel 1744 fece alla popolazione un "Don Gratuit", cioé una promessa, che era in concreto un ricatto, di riportare la sede ducale a Stoccarda a condizione che gli si versasse la somma di 30.000 fiorini.
Negli ultimi trent'anni Stoccarda era stata trascurata a vantaggio di Ludwigsburg e non disponeva di edifici rappresentativi. Quello che esisteva, a parte il vetusto castello, era di modesta entitá e non reggeva al confronto con quanto costruito in provincia. Ci voleva una reggia che Carl Eugen concepí, affidando la progettazione a Leopoldo Retti. I lavori, per divergenze varie, in realtá per mancanza di soldi, stentarono a prendere avvio. Tra le motivazioni ufficiali si accampava quella di dover dare alla facciata un aspetto piú rappresentativo, o dover ricorrere ad una tecnica piú economica La veritá stava nella rivalitá non dichiarata di Johann Cristoph David Leger, direttore all'edilizia in carica e antico compagno di studi di Leopoldo e discepolo di Frisoni, che reclamava per sé l'incarico. Si decise di ubicarla al "Tiergarten" (dov'è oggi), nonostante il terreno paludoso presentasse difficoltá tecniche e statiche. Memore delle passate vicende familiari, Leopoldo chiese, per il preventivo di spesa, la collaborazione di un economo di corte, onde evitare, come giá affioravano, contrasti col capogabinetto del duca, Bilfinger. Al quale, sostenuto dagli esperti Leger e Galli Bibiena, non soddisfaceva la facciata.
I lavori iniziarono nel 1746, dopo aver accolto una variante proposta da Maurizio Pedetti. Ció nonostante si frapposero altri ostacoli, al punto da costringere Retti quel nome evocava, come si insinuava nell'ambiente, passati sospetti di malversazioni - ad abbandonare l'incarico. Aveva, tra l'altro, altri progetti in cantiere commissionatigli dal margravio di Baden-Durlach, per la residenza di Karlsruhe (sono ancora esistenti presso la conservatoria civica). Ma il duca lo convinse a continuare, affidandogli, anzi, anche il progetto di un nuovo teatro e di un maniero a Ludwigsburg. Nel corso dell'edificazione apportó modifiche alla reggia, perché, nel frattempo, la tecnica, ma soprattutto lo stile andava cambiando. Egli stesso, durante l'ultimo viaggio in Francia ed Olanda, ne avvertí l'esigenza, lasciando a Pierre Louis Phelippe de la Guèpiere, un giovane architetto conosciuto in Francia, di eseguire le varianti architettoniche. E che alla sua morte, ne assunse le funzioni.
Con Leopoldo Retti finí la generazione italiana che in terra sveva aveva fatto brillare l'arte barocca. Il vecchio gruppo di artisti si disperse. Nasceva una nuova epoca. Ad Öffingen, accanto alla chiesa dei PP Cappuccini, ancora oggi una stele indica la tomba di Frisoni e Retti. Sul basamento su cui poggia l'obelisco, le epigrafi salvate all'inclemenza del tempo ricordano la grandezza e le miserie terrene che vissero e subirono. Subirono l'emarginazione, non perché stranieri, ma per l'intolleranza religiosa, che ai cattolici vietava il libero esercizio del culto in terra protestante. Essi erano costretti a praticarlo nelle parrocchie di quelle enclavi cattoliche, come Hofen, Cannstatt, Öffingen, Neuhausen. Queste si rifacevano ad un antico contratto del 1522, stipulato dai signori di Neuhausen col ducato di Württemberg che contemplava la regola, secondo cui "la religione la impone chi regna". In virtú di tale contratto, Werner von Neuhausen, era riuscito ad arginare i flutti della Riforma, salvando dal protestantesimo il suo territorio. Questo stato di cose perduró fino al 1810, quando Federico, primo Re di Württemberg, elevó a pari dignitá entrambe le religioni.
Questo spiega perché gli italiani ed altri cattolici dovevano trasferirsi in quelle localitá per praticare i sacramenti. I Frisoni, i Retti, Federica Bittio (tumulata nella chiesa di St. Barbara ad Hofen), come altri personaggi importanti e benestanti potevano permettersi una tomba. Di molti altri, finiti in fosse comuni, si sono perse le tracce.
 
Il ducato sotto Carl Eugen
(1728 - 1793)
 
Alla morte di Carl Alexander, il primogenito Carl Eugen aveva nove anni, ma dovette attendere, per prendere il potere, di compierne sedici. Il suo tutore, Rudolf, duca di Württemberg-Neuenstadt, assunse il governo ad interim, impostando una politica di severa austerità. A cadere sotto i tagli della spesa fu soprattutto il teatro. Con licenziamenti in massa di attori, cantanti, commedianti ed una pletora di personale di cui nessuno sapeva cosa facesse, i benefici non si fecero attendere. La situazione prese ben altra piega, quando nel 1744 il legittimo titolare ne prese le redini.
Svogliato nello studio, ma di viva intelligenza "parlava correttamente francese, italiano e capiva altrettanto latino" Carl Eugen mostrava spiccate attitudini artistiche, un particolare senso organizzativo ed una ferrea memoria. Da giovinetto aveva frequentato la corte di Federico il Grande ed assaporato i piaceri del lusso e del potere che circondavano il suo generoso anfitrione.
Di Stoccarda voleva farne la capitale di uno stato moderno, sul modello prussiano, coinvolgendo nel programma tutti i settori della vita pubblica. Da conservatore illuminato comprese però, che senza una qualificata classe dirigente non avrebbe potuto realizzare i suoi ambiziosi progetti di rinnovamento generale. Visitando Parigi, ospite di Luigi XV., ebbe modo di ammirare la magnificenza di quella corte, i palazzi, l'organizzazione militare, lo splendore del teatro. Tornò a casa convinto più che mai a realizzare le sue idee.
Sul modello dell'École royale militair istituì l'accademia "Hohe Carlsschule" per preparare la futura élite ed un esercito per dare al ducato dovuto prestigio. Qui venivano educati ed avviati alla varie discipline giovani meritevoli e promettenti di ogni ceto: allogeni e stranieri, nobili e borghesi, cattolici e protestanti. La vita in comune, sorretta da rigorosa disciplina, doveva ampliare gli orizzonti culturali degli allievi, eliminando ogni privilegio di censo e barriere confessionali.
Da questa scuola uscirono valenti artisti ed intellettuali, tra cui Friedrich Schiller. Molti di essi ebbero l'opportunità di perfezionare, a spese del duca, la loro formazione all'estero. Pur legato alla Francia da un patto di alleanza militare, Carl Eugen nutriva particolare attrazione per l'Italia. Verso di essa favorí e promosse viaggi e soggiorni di studio ad artisti e letterati, perché riportassero nuove idee ed impulsi.
Gli stipendiati svevi che andarono ad ingrossare il gruppo (chiamato dei Nazareni) di artisti tedeschi a Roma (si ritrovava al Caffè Greco), Venezia, Firenze, furono conquistati da tanta bellezza e ricchezza di opere d'arte. Vi si immersero con fervore nello studio dei reperti antichi, partecipando a dibattiti e convegni, senza trascurare il paesaggio e gli aspetti di vita popolare che stimolarono la loro fantasia. Tornarono a casa con ricco bottino di spunti, meticolosamente annotati nei loro taccuini. Nikolas Guibald e Adolf Friedrich Arper ritornarono dopo lungo soggiorno in Italia per insegnare all'accademia d'arte presso la Carlsschule. Analoga carriera fecero gli scultori Philipp Jakob Scheffauer e Johann Heinrich Dannecker (fu allievo di Canova), e gli architetti Nikolaus Friedrich Thouret e Ludwig von Zahnt. Zahnt fu il primo a scrivere sulla "Architettura antica e moderna della Sicilia" e "Sulle case di Pompei". Le esperienze di questi artisti vennero pubblicate nel 1789 sulla rivista "Italien und Deutschland" a dimostrazione del legame culturale esistente tra i due paesi. Non solo gli artisti.
Anche Carl Eugen andava a cercare in Italia ispirazioni e nuovi contatti. Vi si recò varie volte. Il primo viaggio risale al 1752. Visitò imprese artigianali e manufatturiere, musei, chiese, teatri e quanto attirasse la sua insaziabile curiosità. A Venezia possedeva una villa, ma preferiva alloggiare alla locanda "Scudo di Francia" per stare più vicino ai suoi stipendiati e conoscere le loro esperienze. Vi ritornò nel 1767, soggiornandovi per sei mesi alla fattoria Morocco a Murano, ospite della famiglia Barbarigo. E vi reclutò artisti e gondolieri.
A Roma gli antichi ruderi gli ispirarono la balzana idea di riprodurne un simulacro nel parco della sua residenza a Hohenheim (Goethe la definì un parto di una mente fantasiosa ed inquieta, Schiller, che non era mai stato in Italia, la trovò commovente ed elegiaca). Visitò Trastevere, i palazzi patrizi, la fabbrica degli Strazzi, la scuola degli orfanelli presso l'ospizio di San Michele a Ripa Grande, che gli donarono un prezioso diario in pelle. Più che di cose mondane il "Serenissimo" rivolgeva particolare attenzione all'intento sociale delle istituzioni da prendere a modello per la sua Carlsschule. Non solo per le donne, anche per gli uomini pare avesse un fiuto infallibile. A Roma aveva fatto amicizia con alti prelati del Vaticano, con cui mantenne sempre contatti epistolari, perché gli segnalassero artisti, di cui era alla ricerca. Acquistò opere d'arte consigliategli dall'archivista della Biblioteca Vaticana, Gaetano Marini. Tramite il direttore dei musei vaticani, Ridolfini Venuti, conobbe l'influente cardinale Albani che, a sua volta, gli presentò il direttore dell'orchestra Santa Cecilia, Niccolò Jommelli.
Di Jommelli aveva sentito parlare a Venezia e, forse assistito a qualche sua opera, ma l'interesse per l artista nacque quando lo conobbe di persona. Ne individuò subito la vena creativa, condizionata dai limiti espressivi della musica sacra Infatti, Jommelli, su cui torneremo, libero da impostazioni musicali scolastiche, influenzò l'universo melodrammatico barocco. Durante gli oltre tre lustri di permanenza a Stoccarda svolse un ruolo determinante nel mondo della musica e del teatro in Europa. Nei decenni che intercorsero tra il primo e l'ultimo viaggio (1774/75) in Italia di Carl Eugen il ducato ebbe un fecondo sviluppo culturale ed economico.
I non sempre facoltosi, ma eruditi viaggiatori tedeschi che soggiornavano nella penisola erano spinti da intenti culturali per studiare ed interpretare, con metodi scientifici, i reperti dell'antichità. Influenzata da nuove esperienze, la cultura tedesca si arricchì di nuovi elementi conoscitivi, aprendo più vasti orizzonti all'arte, alla letteratura ed alle speculazioni filosofiche. Ma non fu solo la cultura la forza trainante del rinnovamento del Württemberg. Dai suoi viaggi all'estero Carl Eugen portava, con nuove idee, nuove maestranze per incentivare l'agricoltura, l'artigianato, il commercio. Da Milano fece importare il gelso per creare l'industria della seta ed aprire le porte agli italiani per avviare il processo produttivo. Il centro propulsore dello sviluppo fu, e rimase fino alla rivoluzione francese, la Carlsschule. Nata come accademia militare, la scuola ampliò man mano i programmi di studio, svolgendo una funzione formativa ed educativa anche per gli orfani.
Più avanti, su iniziativa della seconda moglie, Franziska, la si aprì anche alle ragazze, istituendo "l'école de Demoiselles". L'accademia d'arte nacque dall'esigenza di formare scenografi per il teatro, architetti, pittori, scultori.
Antonio Bittio, Giosué e Bartolomeo Scotti e Domenico Ferretti davano lezioni di disegno e modellismo anche agli allievi della poi famosa fabbrica di porcellane di Ludwigsburg. Alla scuola di musica insegnava Eligio Ligi, maestro di violino, romano, molto amato dagli scolari. Lo sostituì Ferdinando Mazzanti. Per facilitare l'apprendimento vennero istituiti corsi di lingua e cultura italiana. Questi corsi non erano una novità: esistevano già dal 1716 e, per l'interesse che suscitavano, sempre molto frequentati. Le lezioni le teneva Friedrich August Werthes che aveva vissuto a lungo a Venezia. Per divergenze col duca venne sostituito con un cantante lirico, certo Del Moro.
Ritenutosi però sottopagato, questi preferì tornare alle scene. Il suo posto lo prese uno studioso napoletano, Matteo Procopio, che si era fatto un nome traducendo in tedesco l'opera filosofica di Ludovico Antonio Muratori. Procopio aveva studiato matematica, medicina, letteratura e flosofia. Da Napoli si era trasferito a Vienna e poi a Stoccarda, dove portò i corsi di studio a livello universitario. Preparò un'accessibile grammatica italiana per principianti ed introdusse i progrediti allo studio di autori classici. Il prezioso vivaio di intellettuali formatisi alla Carlsschule fu determinante per lo sviluppo del ducato. Per stupire gli ospiti, Carl Eugen volle realizzare anche uno straordinario piano edilizio.
Il vecchio castello era poco adeguato ai suoi gusti e troppo piccolo per la corte. Volle ad ogni costo una nuova reggia. Trasformò la tenuta di caccia a Grafeneck in residenza estiva; fece costruire "Solitude" ed il "Mon Repos". Progettò caserme, scuderie, parchi, palazzi e teatri: tutto in grande. Il teatro dell'opera doveva essere il più grande d'Europa ed a dirigerlo, il maestro più celebre.
Alla sua corte le feste non trovavano fine. Agli spettacoli seguivano le opere liriche, ai balletti i concerti con artisti tra i migliori che offriva il mercato. In quella frenetica attività del cattolico Serenissimo, l'unica a non trovare accesso a corte era la severa morale protestante. Dopo la separazione dalla bella, ma austera moglie, Frederike, egli ritrovò, se mai persi, gli ardori giovanili che sfogava con ballerine, cantanti, cortigiane.
Nella dépéndance del "Solitude", riservata a ospiti ed alti ufficiali, fece acquartierare quella Bonafini, ballerina e cantante veneziana, di cui subiva il fascino. Per Anna Maria Riccieri ebbe una predilezione particolare. Quando scomparve prematuramente, il duca le tributò funerali di Stato. Nel diario, il parroco di Hofen ci ha lasciato una suggestiva descrizione: "Il 21 dicembre 1764, alla presenza del Serenissimo commosso e piangente e dei dignitari di corte, la popolazione ha accompagnato il feretro della Riccieri. A Mezzanotte, mentre la salma calava nella cripta (della chiesa St. Barbara), 1500 fiaccole si sono accese in segno di estremo saluto".
Di italiane, a corte, ve ne erano tante: l'attrice Toscani, la ballerina Binetti, amante dell'ambasciatore d'Austria, la Vulcani, la Gardelo, figlia, questa, di un gondoliere. Per portarsela a Stoccarda, il duca pare liquidasse al marito (felice, forse, di liberarsene) una cospicua somma. Quando se ne stanco, le conferì il titolo di "Madame" con pensione a vita. Lo racconta Giacomo Casanova nelle sue memorie. Questo libertino, nelle vesti di "Chevalier de Saingalt", fece a Stoccarda nel 1760 l'onore di una sua visita.
Le impressioni lasciateci sull'ambiente del duca sono illuminanti per capire come si viveva a quella corte. Come prototipo del genio di un'altra Italia ed in antitesi a quella più concretamente creativa e produttiva, ivi residente, quel gabbamondo sfruttò la sua inesauribile inventiva per vivere a spese del duca e dell'ignaro oste della locanda "Zum Bären", dove alloggiava. Lo fece alla sua maniera, sfruttando l'amicizia e la complicitá di favorite, ruffiani e bari, tra cui un certo Pocchini che nei paraggi gestiva una bisca.
Per sostenere il tenore di vita di siffatto gentiluomo, Casanova si procacciava il denaro giocando con carte truccate. Scoperto, infine, dovette fuggire, lasciando amanti deluse e debiti insoluti. Ritornò sette anni dopo, presentandosi a Ludwigsburg come nuovo segretario del duca. Poiché assente, Casanova si fece anticipare una somma di denaro, con la quale scomparve. Caso storico d'impostura degno di menzione, perché storico è il protagonista di quelle vicende boccaccesche e truffaldine. Contro la disinvolta morale e lo sperpero di risorse, invano il clero e le corporazioni elevavano proteste. Per nulla impressionato, il duca continuava con abusi e vizi. Nella matura età ritrovò la perduta misura del potere, riscoprendo un inusitato amore per i sudditi.
Al compimento del suo 50.mo anno fece leggere dai pulpiti delle chiese una pubblica ammenda dei suoi peccati con la solenne promessa di non ripetere gli errori del passato. Per tradurre in pratica l'atto di contrizione, invitò i poveri a visitare l'accademia, perché gli allievi facessero esempio di carità cristiana. Il vero miracolo della sua conversione fu la compagna di vita e seconda moglie, Franziska von Leutrun. Nata da famiglia povera, non interferì mai nelle sue decisioni politiche, rimanendogli accanto devota e riservata. La sposò nel 1772, ma il concistorio non volle riconoscere il matrimonio.
Per appianare la diatriba, Carl Eugen dovette ricorrere all'imperatore d'Austria, Giuseppe II. ed alla Sacra Rota. Con Franziska visse gli anni più tranquilli della sua esistenza. Quando morì aveva 65 anni. Ma lasciò dopotutto un fiorente ducato, politicamente coalizzato, nell'Unione degli Stati tedeschi, con l'Austria. Intanto, in Francia, la rivoluzione regolava i conti con l'ancien regime.
 
 
Gli artisti italiani
 
"Una corte senza teatro è una corte senza gloria", gloria che Carl Eugen agognava, imitando il mito e le stravaganze del suo omologo francese, Luigi XV. Per egli il teatro era il fulcro di tutte le attività e per stimolarle Vi Si immerse con tutto il suo giovanile entusiasmo. Diversamente dai predecessori però, la sua passione per il teatro era sostenuta da talento artistico e competenza musicale: sapeva di composizione, suonava il cembalo e si dilettava ad accompagnare gli strumentalisti alle prove di nuovi brani.
L'austerità imposta dal suo tutore aveva ridotto l'orchestra a pochi elementi. Pertanto, una delle sue prime preoccupazioni fu quella di rimettere in servizio il principale artefice dei passati fasti teatrali, Giuseppe Brescianello, perché riformasse un gruppo vocale e strumentale. Fece venire da Parigi un'astro della lirica, benché ormai al tramonto Francois Guzzoni-Sandoni. Era nata a Parma nel 1700 ed aveva raccolto, con la protezione di Friedrich Händel, successi anche a Londra. Per la sua voce delicata ed armoniosa la chiamavano "la lira dorata" e nonostante l'età, reggeva ancora bene le scene in Francia. Dopo tre anni sparì improvvisamente da Stoccarda, lasciandosi rimpiangere per i debiti lasciati.
Una ristrutturazione organica e programmatica del teatro cominciò a delinearsi nel 1748, quando la consorte del duca, Frederike von Brandenburg-Bayreuth, prese ad occuparsene. Poiché era cresciuta ad una corte dove la tradizione musicale italiana era di casa e ne aveva assimilato cultura e stile, volle introdurre l'opera lirica anche nel suo nuovo domicilio. Stoccarda non aveva allora un vero teatro per questo genere di spettacolo. Si dovette adattare il salone del "Lusthaus" che Innocenzo Colomba, Antonio Bittio, Giovanni Tamonti e Bartolomeo Pinchetti addobbarono con affreschi e stucchi.
Lo inaugurarono il 30 agosto 1750, compleanno della duchessa, con un'opera di Pietro Metastasio, "Artaserse", eseguita da un cast di tutto rispetto: Marianne Pickler, amica di Frederike, Giuseppe Jozzi, un castrato romano, brillante pianista, Luigia Peruzzi, Stefano Leonardi ed Antonio Casati. Dirigeva l'orchestra, venuta per la circostanza da Bayreuth, Giovanbattista Bianchini.
L'anno successivo, la stagione si aprì con un'opera di Niccolò Jommelli (non ancora a Stoccarda) "Ezio", cui seguì "La Didone abbandonata", musicata dallo stesso maestro su libretto dell'immancabile Metastasio. Incoraggiata da promettente avvii, la direzione artistica ampliò organico e repertorio, reclutando tramite l'impresario Pietro Mingotti (molto attivo anche a Dresda), Giuseppe Paganelli, Giuseppe Sidotti, e persino un librettista, Ludovico Lazzarino, cui venne conferito l'ambito titolo di poeta di corte.
Pietro Trapassi, alias Metastasio, rimaneva però il librettista preferito dai compositori di musica dell'epoca. Per le sue opere dalle trame ingarbugliate si ispirava ai classici antichi, di cui era profondo studioso. Si era stabilito a Vienna nel 1730 per prendere il posto di Apostolo Zeno, poeta a quella corte, e vi rimase fino alla morte, nel 1782.
"Il Ciro riconosciuto, Alessandro nelle Indie, Il Giudizio di Aminta", sono alcune delle tante opere che sfornava e richiamavano un pubblico interessato a questo genere di spettacolo e che proiettavano la fama dell'autore in campo internazionale.
L'undici febbraio 1753, compleanno di Carl Eugen, venne presentata una novità assoluta che fece riecheggiare in Europa il teatro di Stoccarda: "Fetonte", musicata da Jommelli su libretto di Leopoldo De Villati o Mattia Verazi. Era una opera monumentale dalla complessa trama mitologica, con enormi pretese sceniche che posero a Battista D'Allio non pochi problemi d'allestimento. Il successo dell'opera fu il trionfo di Carl Eugen che si apprestava di lì a poco ad accogliere il maestro.
Quando lo conobbe durante il suo primo viaggio in Italia nel 1752-53, il sovrano intuì subito l'importanza per il suo teatro di un musicista di quella caratura e l'immenso potenziale creativo racchiuso nella stazza dell'uomo, dal carattere mite, pignolo, ma permaloso e suscettibile. E si intesero subito. A convincerlo a trasferirsi fu la generosa offerta che gli fece, sebbene "la corte di Mannheim e del Portogallo facessero alte premure per averlo.
Jommelli preferì Stoccarda per la delicatezza d'animo del Duca di Württemberg".
Era nato ad Aversa il 10 settembre 1714 da famiglia benestante. A 14 anni lo mandarono a studiare musica presso stimati maestri del conservatorio a Napoli. Nel 1737 fece il suo debutto da compositore con un'opera buffa "L'errore amoroso". Si trasferì successivamente a Roma, poi a Bologna ed, infine, a Venezia, ricoprendo la carica di direttore di quel conservatorio. Nel 1749 ritornò a Roma dove conobbe il cardinale Henry BeIledict, duca di York ed ultimo discendente degli Stuart che lo introdusse nell'ambiente aristocratico-intellettuale della capitale. Fondamentale per lui fu l'incontro col cardinale Alessandro Albani, consigliere di Benedetto XIV., che lo propose alla direzione dell'orchestra S. Cecilia.
La sua prima trasferta all'estero la fece a Vienna. La fece su sollecitazione, e non senza sottintento politico di Albani che, già nunzio apostolico in Austria, conosceva i personaggi più influenti di quella corte. Jommelli vi arrivò sull'onda della notorietà resagli da un'opera composta qualche decennio innanzi, in omaggio a Elisabetta Cristina, consorte dell'imperatore Carlo VI. In quella occasione rivide Metastasio che, senza piaggeria alcuna celebrò con la sua toccante prosa l'esibizione dell'amico: "La sua musica è piena di grazia, di fondo, di novità, di armonia e, soprattutto, di espressione. Giustamente sorpresa ed incantata è la città e la corte". Corte che Maria Teresa d'Austria gli aprì, insieme agli scrigni, per ricompensarlo dell'onore concessole di accompagnarla al cembalo.
A Stoccarda Jommelli arrivò il 10 agosto 1753. Il contratto iniziale prevedeva un appannaggio di 3.000 fiorini al mese, portati al doppio l'anno dopo, una tabacchiera con cento zecchini per ogni nuova opera, carrozze di servizio e foraggio per i cavalli, nonché legna per le residenze e soldo per la servitù. In caso di decesso, una pensione di 750 fiorini alla moglie, Vittoria Ricci. Ciò nonostante, l'artista meglio pagato del mondo riuscì a campare sui debiti. Camminava, causa l'obesità, a fatica e da buon "pacchione e ghiottone", soggiaceva ai piaceri della tavola. Tutti i biografi lo descrivono " di figura quasi sferica, d'aspetto solenne, col cranio grosso su collo taurino, ma di temperamento pacifico, ricco di cultura, di ottime maniere e amabilissimo costume". Con lo pseudonimo Anfione Eteoclide era stato accolto, come pastorello, all'Accademia degli Arcadi.
A Stoccarda non fece fatica ad imporsi nell'ambiente, anche perché la sua posizione gli concedeva ampie competenze. Le sue proposte trovarono sempre il concenso del Serenissimo, per il quale compose più di 70 opere. Prodigio, forse, della tabacchiera con zecchini, ogni anno ne presentava più di una. Attingeva dai libretti di Metastasio, ma anche da testi di Gaetano Martinelli, poeta a Stoccarda negli anni sessanta, o da Verazi a Mannheim. La sua prima opera in cartellone, presentata il 30 agosto 1753 per il compleanno della duchessa, fu "La Clemenza di Tito", di cui Carl Eugen curò la sceneggiatura. Non sappiamo quanto il pubblico la apprezzasse, giacché l'applauso, volgare espressione di gradimento, non si addiceva alla costumanza della nobiltà.
L'usanza di applaudire entrò nella tradizione per caso ed introdotta, stando alle sue memorie, da Giacomo Casanova. Questi, trasportato da un'aria deliziosamente cantata da Giuseppe Aprile, un castrato di Bisceglie, non riuscì a trattenersi, interrompendo il raccolto silenzio del teatro con un fragoroso applauso. Per nulla intimorito dal severo richiamo di una guardia, Casanova dovette esporre al duca le ragioni del suo gesto, convincendolo dell'importanza per gli artisti di tale manifesto segno di lode.
L'orchestra formata da Jommelli era una delle migliori della Germania, anzi d'Europa. Era composta da oltre 60 elementi: musicisti di rango, di fama internazionale e quasi tutti italiani. Erano sí, dei virtuosi, ma per i privilegi che vantavano, anche molto capricciosi. Li definivano "principini senza regno", dominati solo dal grande maestro. Pasquale Bini, ad esempio, quando suonava il violino ostentava una posa strana; Antonio Lolli, sebbene guadagnasse molto e fosse sposato con una ballerina, altrettanto ben pagata, accumulò solo debiti; Pietro Nardini, livornese, era chiamato "il violino dell'amore suonato dalle Grazie", o come egli stesso si definiva "il sommo Shakespeare tra i violinisti".
Nardini era veramente un genio, anche se discontinuo e lunatico. Ma quando era di buzzo buono suonava lo strumento che "incantava la platea e chissà perché piangeva". Nel 1768 si trasferì a Pietroburgo. Non meno bizzose erano le primedonne: Maria Masi-Giura, elegante "stella della lirica", Monica Buonanni, amante, si mormorava, di Jommelli, Maria Giuseppina Maccherini, Anna Cesari, Caterina Bonafini e Luisa Peruzzi. Ma peggio ancora i castrati, i primi-uomini: Francesco Bozzi, Gaetano Guadagni Giuseppe Paganelli, per citare solo alcuni di quella stravagante compagnia. A superare tutti in stile e bizzarrie era Giuseppe Aprile. Aveva una voce simile "alla purezza di una campana d'argento". Scomparve da Stoccarda, lasciando un mucchio di debiti. Ma non c'era da meravigliarsi: i debiti li lasciavano tutti.
Lo sostituì Andrea Grassi, cui subentrò tempo dopo Antonio Muzio, sostituito, a sua volta, da Guglielmo D'Ettore: un artista modesto quanto sfortunato. Morì a Ludwigsburg. Tra i nuovi ingaggi figuravano Pasquale Potenza, da Napoli e Giovanni Maria Rubinello, da Brescia. Entrambi provenienti da Londra, si aggiunsero a quelli affermati sul posto: Antonio Pini, Giuseppe Casini, Antonio Prati, Salvatore Cassetti ecc.
Nelle parti buffe eccellevano Antonio Rossi e Gabriele Messeri. Direttore del teatro di prosa e del corpo di ballo era Michele Dall'Agata, la cui moglie "ci tramanda Casanova" per intendersela col duca le era stato assegnato titolo ed appannaggio di "prima ballerina a vita".
Sin da quei tempi il balletto, passato alla direzione del coreografo Gaetano Vestri e di Jean Noverre dopo, era famoso in Europa.
La stagione teatrale si apriva all'inizio del carnevale e coincideva pressappoco col compleanno del duca. Per la nobiltà, oltre all'importanza mondana, incontrarsi a teatro era occasione per rendere omaggio al Serenissimo. L'aspetto culturale era secondario, ma richiamava visitatori anche dalla provincia. Le locande tra Stoccarda e Ludwigsburg segnavano esaurito. Molti prenotavano le camere in anticipo per poter presenziare e magari concludere anche qualche affare. L'affollamento era più consistente quando l'opera in cartellone era in sintonia col clima burlesco in calendario.
Le opere pretenziose passavano in secondo ordine, interessavano magari un esiguo numero di intenditori ed appagavano la vanità del duca che i poeti osannavano e lo facevano identificare negli indomiti protagonisti del dramma, circondati dalle solite muse. Metastasio era maestro nel celebrarli. "L'isola disabitata" fu un altro successo di Jommelli per l'orecchiabilità della musica e per l'atmosfera mediterranea, trasfusa dall'assolo dei mandolini dei napoletani Domenico e Giuseppe Cola. Per "Il Re pastore" si spesero 14.000 fiorini ed altrettanti per "Semiramide", sceneggiata da Giosué Scotti. "Volegeso", una delle ultime opere del maestro, e "Fetonte" in edizione riveduta, richiesero 341 soldati, 86 cavalli, 95 comparse: gli allestimenti costavano un patrimonio e più ancora le trasferte per le repliche in provincia. La frenetica attività teatrale riscattò sí, il ducato da una anonima esistenza, proiettandone la notorietà oltre gli angusti confini, ma il tributo che pagava era sproporzionato alle modeste risorse. Gli svevi, notoriamente di parche pretese, vedevano in quelle "prestigiose" iniziative una offesa alla loro parsimonia. Alle opere dalle complesse tematiche, eseguite, tra l'altro, in lingua straniera, preferivano il più accessibile "Kasperletheater", le marionette, o l'esibizione di giocolieri ed equilibristi che divertivano il pubblico in cambio di qualche obolo. Il teatro, quindi, rimase privilegio delle classi sociali elevate, verso le quali si andava a nutrire rancore e diffidenza. Ad accrescere ancor più l' avversione del popolo contribuirono gli stranieri, in maggioranza italiani e francesi. Superbi dei loro privilegi, essi formavano una classe a parte, disdegnando contatti col volgo.
I borghesi, i moralisti erano scandalizzati dal loro comportamento sussequioso, spesso tracotante, e già paventavano la decadenza dei costumi. Non di rado onorati cittadini vedevano le loro figlie sedotte e derise dai licenziosi stranieri. Infastidivano i perenni intrighi e pettegolezzi delle "starlettes" che, sebbene superpagati, lasciavano ovunque debiti. I ricorsi ai tribunali erano frequenti, ma inutili: per sottrarsi alla condanna, i debitori si davano alla latitanza.
La situazione andò peggiorando ed il duca si rese conto del pericolo che correva. La sua impopolarità aveva raggiunto livelli di guardia e corse ai ripari. E poi, quanto più invecchiava, tanto più sentiva l'esigenza di riappacificarsi con i sudditi. Per attenuare l'ostilità del clero e delle corporazioni fu costretto a rivedere i programmi di spesa. Il bilancio del 1768 evidenziò la gravità della situazione: i mezzi per pagare gli esosi "cachet" alle "stars" e finanziare costose opere erano esauriti. Furono subito revocate le nuove assunzioni. Anzi, si dovette procedere a licenziamenti in massa. Innocenzo Colomba tribolò non poco per avere gli arretrati. Con Bartolomeo e Giosué Scotti andò a decorare le navate del duomo di Zwiefalten.
Dopo un soggiorno in Italia ritornò a Stoccarda con Bittio per insegnare all'accademia d'arte. Anche Jommelli cominciò a pensare al rimpatrio. A fargli maturare la decisione contribuirono pettegolezzi, equivoci e, forse, la malasorte. Una sua preoccupata esternazione sulla situazione generale, nella sostanza diversamente riferita, suonò come offesa alle orecchie del duca. Il quale credette avere conferma del trasferimento presso altra corte quando, a marzo 1769, il maestro decise di trascorrere le vacanze ad Aversa. Cosa in sé normale, se l'armamentario vacanziero che stava caricando sulle carrozze non facesse sospettare ad un trasloco. E di trasloco si trattava ma della moglie malata che, infatti, perse mesi dopo. La fruttuosa intesa tra i due trovò malinconico epilogo. Il duca pretese il rispetto degli accordi e la consegna delle partiture originali, cosa che Jommelli riteneva di sua proprietà e che successivamente formò oggetto di un polemico epistolario.
Jommelli morì il 25 agosto 1775 e sepolto accanto alla moglie, nella chiesa di S. Agostino alla Zecca a Napoli. I critici contemporanei ritennero la sua musica troppo germanizzata, fredda e severa, ignorando l'influenza che essa ebbe nel mondo musicale europeo.
Jommelli era un perfezionista, sempre alla ricerca di un ideale operistico senza condizionamenti da parametri musicali convenzionali. Le sue opere, benché riflettessero la poetica aristocrazia del barocco, riproducevano nelle esecuzioni il sentimento fantastico-mitologico del settecento. Con le sue teorie influenzò la generazione successiva di musicisti: Mozart, Haydn, Rossini ecc. Con lui finì la stagione d'oro del settecento napoletano (Raffaella Finzi) ed iniziò quella della grande musica tedesca. Tutte le sue opere, punteggiate "da arie ricche di fiammante passione e di nobile patos", sono maestose, dalle sceneggiature imponenti, dagli allestimenti giganteschi. Sottrarle all'oblio ed onorare la memoria dell'autore che portò il teatro di Stoccarda alla massima fama è il meritevole impegno della "Società internazionale Niccolò Jommelli" costituitasi nel 1993. Con lui si concluse un'altra felice epoca della storia del Württemberg.
A nuovo direttore del teatro nominarono Antonio Sacchini. Figlio di un pescatore di Pozzuoli, era nato nel 1734. Aveva studiato musica e tecnica di composizione al conservatorio di Napoli, rivelandosi fertile autore di opere. Da Vienna, si trasferì a Monaco e, su segnalazione di un impresario, a Stoccarda. Nonostante gli anticipassero una considerevole somma per musicare "Calliore" su libretto di Verazi, preferì trasferirsi a Parigi, dove morì nel 1786. L'incarico passò al veneziano Antonio Boroni e lo mantenne per sei anni. Altre assunzione con contratti stagionali vennero limitati a pochi elementi: la cantante Barbara Ripamonti, Matteo e Costanza Liberati, ai tenori Luigi Righetti e Giacomo Berni. Gli anni settanta non presentano avvenimenti di rilievo. Evidentemente mancavano personaggi che facessero cronaca, mancava l'entusiasmo trainante del duca che aveva perso l'interesse per il teatro, o lo aveva perso per aver perso Jommelli. Nemmeno "le première" di Sacchini e Boroni riuscivano a dare smalto agli avvenimenti mondani.
A Boroni, rimpatriato nel 1776 (morì a Roma nel 1797), subentrò Agostino Poli. Fedele ammiratore di Jommelli, cui doveva la carriera, ne ripropose il repertorio per contrastare la musica tedesca, in particolare Mozart, che aveva in uggia. Era sposato con la cantante Julie Rogers e morì nel 1792 a Ludwigsburg, corroso dalla gelosia, conseguente alla mania di persecuzione, di cui soffriva. Al gruppo stanziale italiano si aggiunsero la ballerine Antonia Guidi, Balderoni Regina Monti, Luisa Agostinelli, Lucia e Vincenzo Monari, Eleonora Franchi; i castrati: Torelli, Del Prato, Cosimi; il coreografo Cosma Morelli; i tenori: Luigi Baglioni, Angelo Via, Candido Passavanti, Antonio Gotti; gli scultori e pittori: Angelo Maria Beretta, Luigi e Giuseppe Bossi, Giuseppe Pozzi e quanti ancora.
Spuntava anche un nuovo astro della lirica: Elena Riccoloni, in arte Rosina Balletti. Era nata a Stoccarda ed aveva frequentato l'accademia d'arte alla Carlsschule. Si trasferì a Parigi dove divenne famosa come interprete di opere buffe. Si affacciava ora una nuova generazione di italiani. Ad Hofen, Cannstatt, Öffingen, Ludwigsburg e Stoccarda è racchiuso quasi un secolo di storia di una fertile emigrazione italiana. Una emigrazione che è continuata nei secoli successivi per le medesime cause sociali, culturali ed economiche, nonostante l'Italia vivesse contesti storici e politici diversi.