QUI GERMANIA
Napoli-Bochum-Rimini: occasione sprecata?
di Vio / Rossi
- Cosa dire di un archeologo che mai ha diretto uno scavo o di uno storico
che mai è entrato in un archivio, incapace di raccogliere e collegare
flussi sociali, economici e culturali nel tempo? Sono le prime impressioni
che ricaviamo dalla mostra Napoli - Bochum - Rimini (Bochum, Zeche Hannover),
dopo il lancio dei giorni scorsi che sfruttava magistralmente le esternazioni
del sottosegretario leghista Stefano Stefani.
- Diverse erano le aspettative di chi segue la storia della presenza
italiana nell'area di lingua e cultura tedesca, e le attese di chi ha vissuto
gli ultimi decenni della millenaria avventura italica/italiana in Germania.
Ci attendevamo un maggiore rispetto per la globalità, storica e
documentaria, della realtà emigrazione e, almeno, un approfondimento
del fenomeno turismo di massa verso le coste italiche, confuso da qualcuno
con la Bildungsreise e ridotto a confronto tra Varo e Arminio.
La Zeche Hannover si erge in tutta la
sua possenza in un luogo isolato e difficile da raggiungere. Ci sembra
impossibile che non si sia potuto trovare un luogo più idoneo e
centrale per due temi così importanti: l'immigrazione italiana e
la scoperta delle coste adriatiche e liguri da parte del turismo di massa
tedesco. Già nel 1997, con la mostra Bella Forma, peltro e acciaio
dal Piemonte, il Freilichtmuseum di Hagen dimostrò che era possibile
realizzare un lavoro storico e scientifico sull'emigrazione italiana, dopo
una ricerca durata ben dieci anni. Ciò vale per 1939-1945: lavoratori
coatti e internati militari italiani che, dopo Hagen, si prepara a girare
l'Italia.
- In Napoli - Bochum - Rimini si ha l'impressione che la presenza italiana
in Vestfalia sia un fenomeno degli ultimi cinquant'anni, dimenticando quegli
artigiani che vi operarono numerosi già nel 1700. Senza voler
citare muratori e manovali, stuccatori e carpentieri. La mostra trascura
un cognome storico per la presenza italiana a Bochum: i Calderoni, che
avviarono la loro ditta nel 1879. Joseph Calderoni, nel 1945, fu tra i
fondatori della CDU in questa città e provincia. Non solo: negli
anni Cinquanta fu borgomastro per ben nove anni, proprio nel periodo in
cui i vagoni scaricavano alla Hauptbahnhof migliaia d'immigrati. La mostra
dedica un angolo alla Missione Cattolica italiana. Ogni visitatore crederà
sia sorta negli anni tra il 1950-1960. L'arrivo di missionari cattolici
a Bochum (come altrove) è databile al 1908 per i padri torinesi
Giacomo Costa e Giovanni Pavesio, al 1911 per i padri cremonesi Zaccaria
Priori e Mario Chiodelli inviati nella Ruhr per contrastare l'avanzamento
socialista e anarchico tra gli emigranti.
- Nessun accenno alla stampa d'emigrazione, ai diversi periodici che
nell'ultimo mezzo secolo hanno accompagnato il soggiorno (definitivo o
stagionale) degli immigrati italiani: La Squilla, il Corriere d'Italia,
Oltreconfine. Inutile accennare a L'Operaio Italiano (1898-1914) o La Patria
(1904-1914) o L'italiano in Germania (dal 1905). Manca persino un accenno
a La Gazzetta dello Sport, alla Domenica del Corriere. Spero che i visitatori
tedeschi non pensino a una massa di italiani analfabeti.
- La mostra tace, inspiegabilmente, sul mondo della scuola. I corsi di
lingua e cultura italiana per i figli degli immigrati, i sacrifici degli
alunni e dei loro insegnanti. Silenzio su più generazioni di scolari
e sulle difficoltà che hanno dovuto superare. Invano si cerca
una foto, un documento, un nome. Ciò vale anche per le tante associazioni,
culturali e politiche, attive tra Dortmund e Duisburg. Anche lo sport,
toccato di sfuggita nelle sue manifestazioni amatoriali, rinuncia a uno
scavo più profondo. Benatelli (Vfl Bochum) e Reina (BVB), come i
giovani Manno (Vfl Bochum), Gambino (BVB) e Federico (1. FC Köln)
- tanto per fare alcuni nomi - sono completamente assenti. Inutilmente
si ricerca la creatività degli immigrati italiani che tra il 1955-1980
giunsero nella Ruhr. Mancano riferimenti ai gruppi folkloristici e musicali,
ai diversi emigranti che nel canto, nella pittura, nella fotografia, nel
teatro, nel cinema e nella scrittura trovarono la salvazione. L'avventura
dei gelatieri è rappresentata da un solo nome. Il fenomeno dei ristoratori,
e della nascita delle centinaia di pizzerie e ristoranti, è assente
nonostante il recente film Solino.
- All'allestimento hanno collaborato ben due assistenti sociali. Essi
dovrebbero conoscere che l'emigrazione è anche dolore e amarezza.
Non un accenno alla xenofobia, ai cartelli che proibivano agli italiani
di entrare in certi locali. Nel catalogo ci si nasconde dietro a numeri
e grafici, quasi a rimuovere quell'esperienza. Si parla di baracche, di
spaghetti, di pennelli da barba, di valigie, di fisarmoniche, dimenticando
che dietro ogni oggetto esiste una persona. Nell'evento è assente
l'anima.
- L'emigrazione è sofferenza, è nostalgia, è dolore,
storia e conquista. La vacanza, almeno quella qui proposta, è fuga
dal quotidiano e illusione. La Zeche Hannover dispone di ampi spazi e di
una imponente scenografia: tutto ciò poteva venir usato nel miglior
dei modi. Un angolo audio-video, con il riporto delle testimonianze di
chi ha vissuto sia l'esperienza dell'emigrazione che la nascita del turismo
di massa, avrebbe completato e arricchito l'evento. Il catalogo non fa
che ripetere la mostra, senza approfondirne i diversi aspetti. Chi cura
simili eventi dovrebbe disporre di quell'esperienza che nasce dalla ricerca,
dal confronto con gli studi disponibili, dalla capacità di operare
in/con un gruppo di lavoro e non rinunciare a priori alla collaborazione
di chi desidera raggiungere il miglior risultato. Non basta raccogliere
decine d'oggetti per raccontare la storia e ricreare una temporalità
e suoi interpreti (immigrati o vacanzieri che siano). È forse il
caso di dire: alla prossima occasione.
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